Dopo una formazione in economia, ho scelto di seguire un’altra chiamata: quella dell’arte. Non è stata una decisione improvvisa, ma un lento ritorno a me stessa, alla necessità di trasformare ciò che sento in forme e colori.
Dipingo in silenzio. Strato dopo strato, la tela diventa un luogo di ascolto e di attesa. La pasta screpolante, i pigmenti, l’oro che illumina come una preghiera: ogni elemento è un frammento di memoria, una traccia del tempo, una ferita che sa farsi bellezza. Lavorare con le mani, toccare le superfici, vedere nascere le crepe è per me un atto di verità, un modo per riconciliarmi con le imperfezioni e con la vita stessa.
Non cerco di raccontare storie, ma di evocare spazi interiori. Luoghi sospesi dove la materia diventa meditazione, dove la crepa non è rottura ma passaggio, soglia verso qualcosa di più profondo. È come lasciare che la tela respiri, che porti con sé le luci, le ombre, le pause che abitano il mio mondo interiore.
Le mie opere hanno viaggiato tra gallerie e mostre in Italia, Svizzera, Argentina e Regno Unito. Per me ogni esposizione è un incontro: non solo con chi guarda, ma con quel silenzio condiviso che l’arte riesce a creare, un tempo fuori dal tempo dove le emozioni si riconoscono senza bisogno di parole.